sabato 31 gennaio 2015

il re

BLO conosceva Il Re. Il Re, seduto nella sua stanza, mangiava, e beveva in abbondanza del buon vino, dalla sera al mattino, con il suo vicino di castello. E tutto era molto bello.
Un dì si presentò una Regina con in testa una coroncina con milioni di diamanti.
- Oh mamma mia, ma non son tanti? -disse Il Re- Che ne direbbe... ne darebbe in regalo uno a me?
- Si figuri, Signor Re, uno in più o uno in meno non fa la differenza, posso anche farne senza. Visto che oggi sono in vena buona, le regalo tutta la corona con milioni di pietre preziose, e in aggiunta il mio campo di rose.
- Dei suoi doni sono assai contento, ma di darle qualcosa di mio... proprio non me la sento. Le potrei dare al massimo il mio vicino di castello: è un ragazzo molto ambito, sano e bello.
- Mi scusi, Signor Re, ma è sicuro di quel che dice? A me, sembra un vecchio di ottant'anni, e da come tossisce anche pieno di malanni. Il suo vicino? Proprio no, non lo desidero aver. Ma, se posso darle un consiglio, dia un taglio al suo vizio del ber.
- Come si permette, Signorina, con questa ramanzina, di insultare Il Re con la coroncina. Ora vado giù nella cantina a prendere il vinello, perché ho la gola asciutta; se lei vuole, lì c'è un po' di frutta.
- Ma perché non chiede al menestrello di portarle il buon vinello, non lo vede che è già brillo? Secondo me, ne nasconde un po' sotto il cappello; e poi, al posto del piffero suona un ombrello!
- Questo è il regno della goliardia; e lei, Regina, se ne vada via dalla proprietà mia. Ho già sposato una fior fior di donna e, se mi attende, or gliela presento, ma non le guardi il mento.
- Quel suo muso pronunciato... e per giunta pelucchiato... or che sento anche un belato: È una capra! regina del prato. Non mi dica che il principe azzurro, il futuro erede al trono, è quel ciuco barcollante col chimono...
- Sì, non lo vede che delizia! Mio figlio sposerà la principessa di Svezia. A settembre saliran sul trono, una coroncina e un campo di rose avran da me in dono.
- Ho già visto e sentito abbastanza, me ne vado via da questa stanza, e da questo regno surreale. Ricordi che il vino, se troppo, fa male. Si tenga pure la coroncina e quel brodetto con mele spugnose, ma rivoglio il mio campo di rose.
Sopraggiunsero, intanto, BLO e un contadino, in risciò, direttamente dalla cantina.
- Lo sa cos'è successo, Signora Regina? Il suo campo di rose è stato arato e un bel vigneto ci abbiam ripiantato. Lunga vita al nostro Re, lunga vita al vin brulè!

giovedì 29 gennaio 2015

il piccione viaggiatore

Prima era un piccione piuttosto sedentario, non amava molto spostarsi. Il suo tempo libero lo trascorreva scrivendo. Lui li definiva aromi naturali: erano più che altro racconti, con un pizzico di romanticismo. Scriveva il racconto e poi lo leggeva a voce alta. Se era di suo gradimento lo riscriveva e lo rileggeva, sempre a voce alta. Lui si definiva uno scriba apocrifo: un amanuense che scrive e riscrive cose importanti e segrete. Apocrifo, cioè non riconosciuto. Nessuno infatti poteva sapere cosa stesse scrivendo e che stesse scrivendo. Solo la figura femminile della quale era innamorato sapeva. Con lei era tutta un'altra dimensione. Ma lei stava già pensando ad altro quando lui si innamorò e stava ancora pensando ad altro quando lui sentì il suono il canto e il ballo del tempo e decise che era giunto il momento di viaggiare. Fu così che di lì a poco incontrò BLO. I due si capirono all'istante. BLO aveva già pronta una lettera e la consegnò al piccione viaggiatore. Non importa quanto tempo impiegherai, non importa se fermarti tu vorrai, ma quando arriverai dovrai essere consapevole del messaggio che consegnando tu starai. Come se lo stessi consegnando direttamente io nelle mani della mia amata. Come se quel messaggio potesse suonare nelle sue orecchie cantare nelle sue parole ballare nelle sue gambe. Il piccione viaggiatore partì. Quello fu il suo primo viaggio. Era consapevole che non sarebbe riuscito a volare per tutto il tempo e così adottò una sua tecnica: se c'era salita camminava fino in cima; se c'era discesa volava fino a valle; in pianura faceva sue le parole del messaggio. Quando giunse a destinazione consegnò la lettera e attese che la donna amata da BLO la leggesse. Poi lei guardò il piccione viaggiatore con aria semplice e serena. Lui fece un cenno di saluto e si voltò per ripartire. E lei: Come farai a fargli capire che il messaggio mi è stato consegnato? Lui la guardò e disse: Non ti preoccupare, gli porterò il tuo sorriso.

mercoledì 28 gennaio 2015

mercoledì 24 dicembre 2014

l'aviatore

Se ne stava seduto lì a quell'ora di quel giorno. Poco distante c'era un Piper PA-28. Un aeromobile da turismo. Guardava lassù nel cielo limpido. Quel cielo pronto ad accogliere le luci della sera. LOG non riusciva a starsene in casa il giorno della Vigilia di Natale e quindi se ne andava vagando in qualche posto qua e là. Vide quel tipo seduto su quel grande prato in compagnia del suo aeromobile. Alle sue spalle un bellissimo bosco. Attendeva qualcuno o qualcosa. LOG gli chiese chi o cosa stesse aspettando e da quando. Rispose solamente che giunse lì il giorno prima. Non poteva che essere un aviatore. Perché non voli chiese LOG. Rispose che la Vigilia di Natale non riusciva a volare. LOG non si ricordava di aver visto quel tipo prima di allora. Probabilmente veniva da lontano. Da dove vieni chiese LOG. Rispose che veniva da lontano. Il luogo preciso però non lo sapeva neanche lui. Non hai una famiglia con cui passare le feste di Natale chiese LOG. No, ho perso i miei genitori quando ero molto piccolo e da allora ho vissuto sempre da solo. Mi piace volare disse quel tipo. E perché non voli oggi con questo bel tempo richiese LOG. Quell'aviatore iniziò a raccontare. Quando ero piccolo solevo addobbare il mio albero di Natale e la sera della Vigilia me ne stavo lì vicino a lui ad aspettare i doni che qualcuno avrebbe portato. Ogni anno però sempre la stessa storia: fremevo in quei momenti ma poi quando la notte avanzava cadevo inesorabilmente in un sonno profondo. Mi svegliavo la mattina pieno di doni. Ma senza il mio albero. Qualcuno se lo portava via. Così anche l'anno successivo. E quello dopo ancora. Ogni albero che avessi decorato ogni anno ogni mattina di Natale non c'era più. Non sono mai riuscito a vedere chi fosse l'autore di quei furti perché il sonno non tardava a venire. Tutti quei doni però non contavano nulla senza il mio albero. Poi un anno riuscii a vestire il mio albero di gran lusso. Decisi che quell'albero nessuno me lo avrebbe portato via. Presi una corda e mi legai stretto stretto al tronco. Nessuno avrebbe potuto sciogliermi. E se per caso avessero provato a slegarmi mi sarei sicuramente svegliato. Mi addormentai come al solito. Nessuno mi svegliò in quella notte. La mattina di Natale mi svegliai però più stanco del solito. Era come se avessi attraversato paesi città boschi fiumi montagne mari nuvole. Era come se avessi volato. Non ero nella mia casa. Non sapevo dov'ero. E il mio albero non c'era. Però c'era un gran bel bosco vicino a me. E la neve iniziava a cadere. Quel giorno capii che sarei diventato un aviatore. Non ricordo niente di quel primo viaggio. Non ricordo con chi viaggiai. Ma ricordo la leggerezza e la spensieratezza. Da allora ogni mio volo è stato un viaggio lieve e sereno. Oggi che è la Vigilia di Natale non volo, non posso volare. Lascio volare qualcun altro.

domenica 7 dicembre 2014

la panchina

Cinquantadue passi poi giro a destra altri ventitré in salita e attraverso il cancello e volgo lo sguardo. Come ogni giorno. Da ottantaquattro giorni consecutivi lo vedo lì. Seduto su quella panchina. Non conoscevo il suo nome. Poi qualcuno me lo disse: BOG. In realtà non è il suo vero nome nel senso che forse prima non si chiamava così. Questo nome glielo diede il funzionario comunale quando si presentò all'ufficio anagrafe. Bene mi dica il suo nome. Ma non rispose. Ah quelli come lei noi li chiamiamo tutti così: BOG. Segni particolari: senza tempo. Oramai però tutti lo conoscono come BOG e lo chiamano così. Ma continua a non rispondere. Perché BOG è senza tempo. Da quanto non si sa. Avrei tanta voglia di chiedergli perché se ne sta sempre su quella panchina. Ci sono tanti altri posti e tante altre cose da fare. Presto dicono. Arriva molto presto la mattina e sceglie quella panchina. E si siede. E se ne sta lì perso e immobile. Tardi dicono. Se ne va la sera. Da ottantaquattro giorni consecutivi. Prima nessuno l'aveva mai visto. Quasi riesco a immaginarmelo. Passi poi gira a destra altri in salita e cancello e non volge lo sguardo. La panchina sempre la stessa. La panchina non ti chiede niente. Non ha bisogno di farti domande. Quasi riesco a immaginarmela. Quella panchina che si presenta all'ufficio anagrafe. Bene mi dica il suo nome. Ma non risponde e non fa alcuna domanda. Ah quelle come lei noi le chiamiamo tutte così: panchina. Segni particolari: indifferente. BOG ogni giorno sceglie quella panchina e lei avvolta da quella tranquillità d'animo che la contraddistingue non lo desidera e non lo rifiuta. Solo la panchina può. Solo BOG può. Attendere da giorni. E il tempo per lui non esiste. Ma per noi che lo vediamo così fragile quei giorni passano. E ho paura. Paura che stia aspettando invano. Giorno dopo giorno. Su quella panchina. Ma il tempo per lui non esiste.

domenica 23 novembre 2014

le olimpiadi

Quello era l'anno delle olimpiadi. Non sempre era così. Un anno sì e un anno no. Così fu stabilito. Giovani adulti vecchi bambini sia uomini sia donne si davano da fare per organizzare quel bellissimo grande gioco e si mettevano in gioco ciascuno nello sport che più gli congegnasse. Solo chi possedeva la maglietta olimpica poteva partecipare e rappresentare la propria squadra. E saltava pensava correva. E vedeva solo quel colore. LOG pensò di chiamare BLO e BOG e li invitò a passare con lui una di quelle calde serate olimpiche che si stavano svolgendo. Spiegò loro un po' di cose. Dove si svolgono le olimpiadi e quanto durano. BOG capì i luoghi ma non capì la durata perché BOG è senza tempo. Spiegò anche quali giochi venivano fatti e perché quei giochi e non altri. Giochi con la palla giochi di squadra giochi individuali giochi di corsa giochi di salto giochi di lancio giochi di forza giochi di precisione giochi di pazienza giochi di impeto giochi di ragionamento giochi di scaltrezza giochi di fortuna. BLO capì i giochi con la palla i giochi di precisione e i giochi con la racchetta. Anche da dove veniva lui c'erano i giochi con la racchetta ma si chiamavano in modo diverso: Pinbabol Tebbis Herminton. BLO non capì appieno i giochi di corsa. Ma pensandoci bene anche da lui esistevano quei giochi. Raccontò a LOG che in una giornata di settembre vide una ragazza. Poi iniziò a nevicare. Nevicò e nevicò quel tanto che basta affinché chi passasse sulla coltre bianca potesse lasciare delle impronte ben riconoscibili. Quella ragazza come per magia passò lì. Di fronte a me. Le chiesi se voleva entrare in casa dato che fuori faceva così freddo. Lei però doveva proseguire e mi spiegò che c'era già un altro camino acceso che la stava aspettando e che l'avrebbe riscaldata. LOG non capì bene e interruppe il suo amico. Come poté scendere neve a settembre domandò. BLO rispose che vide per la prima volta quella ragazza in quel mese ma la neve scese nel primo mese invernale. Ora tutto era chiaro e BLO continuò la narrazione. L'inverno proseguì pieno di dubbi e pensieri. Quel poco di neve rimase e con lei rimasero quei pochi passi che portavano in versi non ben definiti. Non potevo restare con quei passi. I passi portano passi disse BOG. LOG non capì di nuovo. Cosa significa questa frase domandò. BLO rispose che i nuovi passi erano quelli che lui intraprese di corsa per cercare di dare un senso a quei passi immobili. Facesti una mini maratona pronunciò LOG. Non ti saprei dire replicò BLO ma so per certo che feci tanta strada. Poi mi fermai e tornai indietro. Sulla via del ritorno incontrai BOG che mi disse... Cosa gli dicesti interruppe LOG rivolgendosi a BOG. Ma BOG si era già spostato più in là intento a osservare i giochi di squadra. BLO continuò. Mi chiese il perché di quel tanto correre. Risposi che corsi tanto perché cercai di arrivare... Arrivare dove sollecitò LOG. Arrivare al sole. LOG non capì un'altra volta. Perché facesti questa corsa così inutile chiese. BLO rispose che mentre correva capì che quei passi fermi non avevano più senso di esistere e l'unica soluzione che trovò per dimenticarli fu di dirigersi verso... Non serve raggiungere il sole per cancellare le impronte sulla neve obiettò LOG. Forse è per questo motivo che poi mi fermai e tornai indietro. Vedi BLO il problema è che non eri pronto per arrivare dove volevi arrivare e forse non volevi neppure sciogliere quelle impronte. Le olimpiadi non si improvvisano. I gesti olimpici nascono molto prima della competizione vera e propria. A volte però anche se ci si prepara a puntino non sempre si raggiungere l'obiettivo prefissato. Ma c'è sempre una seconda possibilità. Nel nostro caso dopo due anni. Prova a pensare che quello che tu hai fatto non sia solo un gioco di corsa. E' un gioco olimpico. Un mix di forza scaltrezza salti fortuna pazienza impeto attesa coraggio. Ma quella ragazza l'hai più rivista chiese LOG. No ma da oggi mi allenerò per questo.

sabato 15 novembre 2014

la penna

Presi in mano una penna. Finalmente una di quelle penne che scrivono! esclamai. Di penne così non se ne incontrano tutti i giorni. Da lei uscirono parole: senza senso, senza verso, senza tempo.

Penna,

Diamine! ma tu scrivi:
Spigliata, dinamica e impaziente,
Vogliosa di sbottanti movenze;
E credevo che non riuscissi:
Ahi quanto pensai, che poi non era.
Così, da quell'incontro senza senso,
Questo verso più del vento corre già,
E non ha gesti per poter morire:
Solo aromi naturali, per volare
In dimensioni mai uguali.